Paradise place

“What is truth?”, the river-reeds mock me.
The olive trees join in the teasing: “… and what is the meaning of life?”
The wind bellows down the valley and laughs: “What is my role in the world?”

A young bird lands on a stone and distracts me from their game.
The river bubbles quietly between my toes
and the sun warms my back.

 

Canzoni per il rilassamento profondo

Un paio di mesi fa, una sorella romana mi raccontò di una persona che canta la mattina, a lungo, come pratica spirituale quotidiana. La sua descrizione entusiasta mi suscitò il desiderio di cantare più spesso, e così fu.

Vorrei condividere alcune canzoni che fanno parte della mia pratica in questo periodo, anche se la voce è imperfetta e l’accento confuso… Se una canzone vi ispira, potete impararla e cantarla a modo vostro, magari durante un rilassamento profondo offerto a persone care. L’unica indicazione: è meglio ascoltarle da sdraiati e con occhi chiusi!

Ai piedi della montagna
una canzone di Plum Village ispirata da un’antica leggenda cinese

C’è un corpo qui
un frutto della mia pratica di metta e dei quattro fondamenti della presenza mentale

Il vero amore è qui
una canzone di Plum Village

 

Augurandoci passi sereni,
Bar

Sulla strage, sulla violenza e la via d’uscita: Lettera da Phap Luu

Fratello Phap Luu, monaco di Plum Village, Francia, è cresciuto a Newtown, CT. Ha scritto questa lettera profonda e commovente ad Adam Lanza, la persona che ha compiuto la strage della settimana scorsa. Tradotta dal testo originale in lingua inglese.

sabato, 15 dicembre 2012
Dharma Cloud Temple
Plum Village

Caro Adam,

Permettimi di cominciare con l’augurio che tu trovi pace. Sarebbe facile chiamarti un mostro e condannarti per l’eternità, ma non credo che questo sarebbe di beneficio a nessuno di noi.  Dato ciò che hai fatto, riconosco che non sarà tanto facile trovare la pace. In un momento d’ira, delusione e paura – sì, soprattutto, credo, di paura – hai pensato che uccidere era una via d’uscita. Chiaramente era un’emozione fortissima quella che ti ha spinto dal cadavere di tua madre a massacrare i bambini e lo staff della scuola Sandy Hook, volgendo alla fine l’arma su di te. Hai deciso che il gioco era finito.

Il gioco non è finito però, anche se sei morto. Non hai trovato una via d’uscita dalla tua rabbia e dalla tua solitudine. Continui a vivere in altre forme, nelle famiglie distrutte e nella loro disperazione, nella loro fiducia violata, nella ferita aperta di una comunità e nei numerosi articoli e commenti giornalistici che si diffondono nel nostro paese e nel mondo. Sì, continui a vivere anche in me. Anch’io ero un bambino cresciuto a Newtown. Ora sono un monaco buddista Zen. Ti vedo chiaramente in me ora, tu continui attraverso l’eredità delle tue azioni e vedo che nella morte non sei diventato libero.

Sai, giocavo a calcio nel campo della scuola Sandy Hook, che si vede dalla stanza dove sei morto, quando avevo l’età dei bambini che hai ucciso. La nostra squadra si chiamava Eagles e abbiamo vinto il campionato della divisione quell’anno. Mia madre tiene ancora il trofeo in una scatola da qualche parte. Ad essere sincero, non ero e non sono un calciatore tanto bravo. Ho conosciuto la vittoria, ma ho conosciuto anche la sconfitta e  l’essere scelto per ultimo quando si facevano le squadre. Credo che anche tu l’abbia conosciuto – il dolore di essere respinto, l’isolamento e la solitudine. Una solitudine troppo forte da sostenere.

Non sei l’unico a sentirla. Quando sorge la solitudine è molto facile cercare rifugio nel mondo virtuale di computer e film, ma questi ci aiutano davvero oppure aumentano solo il nostro isolamento? Nella nostra ricerca di essere più connessi, abbiamo perso la nostra vera connessione?

Vorrei sapere che cosa facevi con la tua solitudine. L’avevi mai affrontata, come me, camminando nei numerosi boschi della nostra regione? Conosco bene il sentiero che porta dalla scuola al ruscello, velato da faggi e pini bianchi. Questo sentiero forma il paesaggio della mia mente. Ricordo bene l’emozione di uscire da solo sul percorso che porta… a Treadwell Park! All’epoca sembrava un sentiero magico, uno dei tanti segreti che ho scoperto in quei boschi, alcuni sono ancora nascosti. Hai mai appoggiato il viso sui solchi della corteccia di una quercia, per sentire il cuore del legno così solido e la sua vivacità tranquilla? Hai mai giocato nel flusso del ruscello, creando piscine con i sassi, come se questo fosse il tuo regno? Hai mai fatto l’esperienza della guarigione, della connessione e della pace che accompagnano momenti come questi, come facevo spesso io?

O forse la tua solitudine conosceva solo schermi, con figure di luce che ballavano a seconda della tua volontà? Quante vite false hai vissuto, quanti colpi hai sparato, quante bombe hai fatto esplodere e quante vite hai perso ai videogiochi e nei film?

Uccidendo te stesso all’età di vent’anni, non ti sei mai dato l’opportunità di crescere e di sperimentare come le meraviglie della vita possono portare felicità. So che alla tua età non avevo ancora imparato a farlo.

Ora ho trentasette anni, circa la stessa età in cui il mio insegnante, il Buddha, ha realizzato che esiste una via d’uscita dalla sofferenza. Non sono illuminato. Questa mattina, leggendo le notizie e le parole dei miei compagni di scuola sconvolti, è sorta un’onda di tristezza e ho pianto. Poi ho camminato un po’, nel bosco adiacente al nostro monastero, e nel umido freddo invernale della Francia ho pianto ancora, accanto all’albero d’alloro. Ho pianto per i bambini, per i maestri, per le loro famiglie. Però ho pianto anche per te, Adam, perché credo di conoscerti, anche se non ci siamo mai incontrati. Penso di conoscere il paesaggio della tua mente, perché è il paesaggio della mia mente.

Non credo che tu odiassi quei bambini, neanche tua madre. Credo che odiassi la tua solitudine.

Ho pianto perché ho mancato nei miei doveri verso di te. Non ti ho dimostrato come piangere. Ho mancato nel sedermi ad ascoltarti senza giudizio e senza reagire. Come molti miei coetanei, ho lasciato Newtown all’età di diciassette anni, pieno di fiducia e di determinazione, con gli auguri di amici e l’approvazione dei grandi. Sono stato uno dei molti giovani che se ne sono andati, e nel lasciare il paese abbiamo lasciato indietro molti, come te, appena nati. In quel senso faccio parte della cultura che ha mancato nella sua responsabilità verso di te. Non sapevo ancora cosa vuol dire comunità, neanche di essere già parte di una comunità, finché non l’ho persa e mi sono reso conto che ne avevo disperatamente bisogno.

Ho mancato di essere una delle persone che potevano esserci per ascoltarti. Non ci sono stato per aiutarti a respirare e a prendere coscienza delle tue emozioni forti, ad aiutarti a vedere che sei più di un’emozione sola.

Sono sicuro però che altri nella comunità ti volevano bene, ti amavano. Lo sapevi?

In terza media ho vissuto continuamente il terrore di un compagno di scuola e della sua rabbia. E’ stata la prima volta che ho conosciuto l’aggressione. Nessuno schermo o televisore mi ha offerto una via d’uscita, solo la mia immaginazione e i libri. Mi immaginavo di essere un grande mago, che lanciava palle di fuoco per il corridoio della scuola, così da incutere paura e guadagnare il suo rispetto. Anche tu sognavi in questo modo?

La via d’uscita dall’essere vittima non è diventare il distruttore. Non importa quanto grande è la tua solitudine, quanto pesante è la tua disperazione, tu, come ognuno di noi, hai ancora la capacità di essere sveglio, di essere libero, di essere felice senza essere la causa del dolore di nessuno. Non lo sapevi, o non lo potevi vedere, e quindi hai scelto di distruggere. Noi non eravamo abbastanza abili ad aiutarti a vedere una via d’uscita.

Con questo atto terribile ci hai resi consapevoli. Ora sto ascoltando, stiamo tutti ascoltando, il pianto che emana dall’inferno della tua mancanza di comprensione. Non sei solo, e non sei scomparso. E forse non avrai mai pace finché non fermiamo il nostro essere continuamente impegnati, la nostra brama di potere, denaro e sesso, e le nostre vite di paura e di ansia, per ascoltarti davvero, Adam, e per esserti un amico, un fratello. Con un buon amico dalla tua parte forse la tua solitudine non ti avrebbe sopraffatto.

Noi però avevamo bisogno anche di te, Adam. Dovevi farci sapere che soffrivi, cosa non sempre facile. Vuol dire superare l’orgoglio, cosa che chiede coraggio e umiltà. Dato che non eri in grado di farlo, hai lasciato un’eredità pesante alle generazioni avvenire. Se non impariamo come sentirci connessi a te e a comprendere la solitudine, l’ira e la disperazione che provavi — e che giacciono profondamente, a volte di nascosto, dentro ognuno di noi — non collegandoci via Facebook o Twitter o per mail o telefono, ma sedendoci davvero con te e aprendo a te il nostro cuore, allora la tua ira si manifesterà in altre forme ancora sconosciute.

Ora sappiamo che ci sei. La tua storia non si è sviluppata per caso e non sei un’aberrazione. Che la tua azione ci porti a trovare una via d’uscita dalla solitudine dentro di ciascuno di noi. Ho imparato come usare la consapevolezza del respiro per riconoscere e trasformare queste emozioni stravolgenti, ma spero che ogni uomo, donna e bambino non abbia bisogno di spostarsi dall’altra parte del mondo e di diventare un monaco per impararlo. Come comunità dobbiamo sederci e imparare come amare e apprezzare la vita, non con controlli sulle armi e con la sicurezza, ma essendo pienamente presenti l’uno per l’altro, essendoci davvero gli uni per gli altri. Per me, questo è il modo per riportare armonia alla nostra comunione.

 

Douglas Bachman (Fratello Phap Luu) è cresciuto a 22 Lake Rd, Newtown, CT. ed è un monaco buddista e allievo del maestro Zen vietnamita e monaco Thich Nhat Hanh. In quanto membro di una comunità internazionale, insegna l’etica applicata e l’arte della vita consapevole a studenti e maestri di scuola. Vive nel monastero di Plum Village, a Thenac, Francia.

Il mostro

Mostrami il mostro
scatena la furia e vieni
a camminar nel bosco.
Povero, da quando non vede un abete?

Fagli sentire la terra fra gli artigli
fagli sentire pure i vermi e gli insetti.
(piacciano ai mostri, sai?)

Che urli con tutta la sua feracità
che batta il petto con pugni stretti
che ci spaventi con i suoi grandi occhi gialli
sotto un cielo limpido che non può mai essere ferito.

Porterò il mio
e alla luce del falò
faremo boccacce fino a tardi.

Meditare camminando, per la pace

Rosa Manauzzi* ha intervistato Bar Zecharya, camminatore di pace, cittadino israeliano e da qualche anno italiano, convinto assertore della pace tra i popoli e seguace del monaco Thich Nhat Hanh.

L’intervista è servita, a livello conoscitivo, per la stesura di un articolo, sulle tecniche del benessere, che uscirà prossimamente (mese di settembre) sul Magazine digitale di Buonenotizie.it

Dato che l’articolo apparirà probabilmente in altra forma e con i tagli necessari agli spazi del giornale, è interessante seguire invece il pensiero integrale di Bar e anche l’incontro tra anime che c’è sempre dietro alla preparazione di un pezzo. Ogni intervista, e ogni articolo, per me è davvero come un nuovo mondo che si manifesta davanti ai miei occhi assetati di conoscenza.

Rosa Manauzzi

1. Bar, tra le modalità per raggiungere la consapevolezza, e attraverso questa la pace (con te stesso e con gli altri), hai scelto la meditazione? Puoi dirci che cos’è secondo te?
La meditazione è un atto d’amore. Abbiamo tutti l’aspirazione profonda di essere felici, di vivere in armonia con le persone intorno, di sentirci salvi e di avere il cuore in pace. Quando rallentiamo i pensieri e calmiamo corpo e cuore, ci stiamo già comportando in modo amorevole con noi stessi. La nostra calma, la nostra gentilezza e la nostra presenza autentica diventano poi veri e propri regali d’amore ai nostri parenti, ai nostri amici e a coloro a cui vogliamo bene.

2. Che tipo di meditazione hai scelto di praticare?
Inspiro, mi sento presente nel corpo.
Espiro, rilasso il corpo.

Inspiro, sono cosciente delle mie emozioni.
Espiro, con compassione le lascio andare.

Bastano solo alcuni respiri per riportarci al momento presente, per riportare la mente al corpo. Lo possiamo fare anche adesso!

L’energia che generiamo in questo modo si chiama consapevolezza, presenza mentale o mindfulness. Più siamo radicati nel momento presente, più siamo in grado di apprezzare i miracoli dentro e intorno a noi e più siamo capaci di affrontare le nostre difficoltà con una mente chiara. Per generare la consapevolezza non dobbiamo necessariamente sederci su un cuscino davanti a un altare: quando camminiamo, apriamoci alla realtà del camminare restando presenti a ciò che stiamo facendo. Quando mangiamo, mangiamo con tutto il nostro essere. Thich Nhat Hanh, maestro Zen e monaco vietnamita, insegna che ogni attività giornaliera è un’opportunità di far crescere la nostra energia di consapevolezza. Mangiare, camminare, lavarci i denti e aprire una porta sono tutti momenti in cui possiamo calmare la mente e aprirci alla realtà che è davanti a noi. Ogni respiro e ogni passo possono portare pace a noi stessi e agli altri.

3. Il tuo incontro con Thich Nhat Hanh ha cambiato profondamente la tua vita?
Ho incontrato per la prima volta Thich Nhat Hanh nel 1997 a Tel Aviv, dove tenne una conferenza pubblica prima di offrire un ritiro di consapevolezza. Nhat Hanh insegna la consapevolezza con i suoi discorsi e insegna con il suo comportamento, il suo modo di camminare, il suo modo di essere. La gioia e l’armonia nella sua comunità monastica e laica, compresa la comunità italiana, sono di grande ispirazione ed è difficile non essere toccato da questo tipo di impegno, di cura e di amore. La sua storia personale mi ha lasciato un’impressione fortissima. Nel suo paese durante la guerra civile non ha voluto schierasi con nessuna delle parti, tranne quella della riconciliazione. A Gerusalemme, dove vivo la maggior parte dell’anno, questo messaggio è estremamente attuale, e lo è anche per noi in Italia.

4. In Italia la meditazione non è ancora molto praticata ed è solamente un rituale di coloro che abbracciano la filosofia buddista. E’ possibile scindere le due cose? Ovvero, occorre essere buddista per praticare la meditazione?
Non sono buddista, quindi spero di no! Tornare al respiro e al momento presente per svegliarci al miracolo della vita non è buddismo: è la nostra eredità come esseri umani.

5. Da quanti anni sei in Italia?
Sono venuto in Italia per la prima volta nel 2000, e nel 2009 ho preso anche la cittadinanza italiana. Ultimamente passo la maggior parte del tempo a Gerusalemme ma continuo a tornare in Italia spesso: ho tanti amici qui e vengo frequentemente anche per nutrirmi della forte comunità italiana che pratica la vita consapevole, compreso WakeUp: il movimento di giovani italiani che aspirano a vivere in armonia, gioia e consapevolezza. In Italia ci sono paesaggi stupendi e città di una bellezza squisita. Non viviamo con la paura di bombe o di attentati, abbiamo tutto ciò che ci serve per essere in contatto con le cose positive della vita. Svegliarci a questa possibilità ci può rendere capaci di affrontare al meglio le nostre difficoltà.

6. Nella tua esperienza cerchi di diffondere la meditazione per proporre un diverso approccio ai conflitti personali ma anche ai conflitti del medio Oriente. Dall’esterno sembra un progetto molto ambizioso. Quali risultati sei riuscito ad ottenere?
I grandi conflitti sono creati e alimentati dai piccoli conflitti. Anche se Israele e Palestina firmassero un accordo di pace domani, la paura, il dolore e la tendenza di vedere l’altro come un nemico rimerebbero. Per aiutare agli israeliani a vedere che il loro benessere è legato a quello dei palestinesi e viceversa, dobbiamo addestrarci noi per primi a calmare la rabbia e la paura che si trovano nel nostro cuore. Se non siamo capaci di farlo noi, cosa possiamo aspettare da altri che vivono in condizioni più difficili?

In Israele e in Palestina ci sono molte persone che si impegnano a favore della pace e della riconciliazione, dalla quale abbiamo molto da imparare, ed è una gioia sostenerli e organizzare insieme ad altre persone incontri, giorni di consapevolezza e ritiri. Mi trovo molto commosso quando vedo persone scoprire i benefici della consapevolezza e questo mi dà sempre più motivazione, sopratutto a coltivare la consapevolezza in me stesso. Mi ritengo molto fortunato di assistere a gruppi di praticanti italiani a visitare la Terra Santa in un contesto di consapevolezza e apertura. Da questi incontri tutti – italiani, palestinesi e israeliani – tornano a casa con la sensazione di aver arricchito la loro vita di un mezzo in più per portare la pace nella loro vita e nella loro società.

7. Con quale comunità pratichi la vita consapevole?
Il maestro Thich Nhat Hanh è in Italia dal 30 agosto al 6 settembre: a Milano per una conferenza pubblica e un giorno di consapevolezza, e a Roma per un ritiro, una meditazione camminata e una conferenza pubblica. Per maggior informazioni sugli eventi: www.esserepace.org/lapaceinazione

EsserePace, la comunità italiana che segue l’insegnamento di Thich Nhat Hanh, è molto attiva sul territorio. Organizza incontri settimanali, giorni di consapevolezza e ritiri in molte città italiane.

WakeUp Italia è il movimento dei praticanti under-35. E’ un piacere aver a che fare con giovani così motivati e gioiosi, danno molta speranza per il nostro futuro.

Plum Village, il monastero in Francia dove Thich Nhat Hanh vive e insegna.

In Israele, la Community of Mindfulness in Israel offre ritiri e giorni di consapevolezza in inglese.

*Rosa Manauzzi (Latina, 1971) è scrittrice, giornalista pubblicista, studiosa appassionata di tecniche per il benessere e insegnante di qigong. Si occupa di letteratura e culture del mondo sotto una prospettiva sociologica e comparatistica, medicina naturale, ecologia, biodiversità culturale.
http://www.culturelibere.com
  http://www.qigongtaijicentre.com

A te la mia gratitudine

A te la mia gratitudine.
Sei morto solo ieri
prima che ti potessi conoscere
prima che nacqui stamattina.
Che strano
svegliarmi nel tuo letto
accanto ai tuoi libri
ai vestiti che hai gettato per terra
sicuro come tutti di ritrovarli al tuo risveglio.

Nella tua generosità
hai lasciato a questo sconosciuto
tutto ciò che ti era caro:
l’affetto dei tuoi amici
una pietra preziosa sotto il cuscino
il tuo proprio corpo
e poesie di un’epoca passata.

Sono nato solo oggi
e non ho tempo né voglia di complessi di sopravvissuti.
A me la gioia dell’avventura
il diritto di ogni nuovo essere
di scoprire per me il tesoro delle persone che amavi
di conoscere i piaceri e i limiti di questo corpo miracoloso
di uscire nel mondo per sperimentare ed esplorare
meraviglie che non hai mai immaginato.

Perdonami quindi
se faccio di questo letto il mio
se metto i panni a lavare e se riporto i libri sulla libreria
forse stasera li regalerò a chi li vuole.
Ora però
l’alba sta per arrivare e devo uscire.
Ciao.

Se una mattina presto…

Se una mattina presto tutta l’umanità svegliandosi, scoprisse che tutti gli strumenti di guerra sono scomparsi, che tutti i recinti e i muri sono spariti, che neanche una pallottola, granata, carro armato o armatura si trova più sulla faccia della terra, ci spaventeremmo e, immaginando che altri farebbero lo stesso, ci metteremmo immediatamente a creare nuovi strumenti di difesa e deterrenza.

Se, però, una mattina presto tutta l’umanità svegliandosi, scoprisse che la nostra paura è sparita durante la notte, che il nostro sospetto è scomparso, che l’egocentrismo non si trova più nel nostro cuore, anche se tutti gli strumenti di guerra e di difesa rimanessero intatti, ci stupiremmo della loro esistenza e non ne vedremmo alcuna utilità.

Coloro che sono compassionevoli e saggi, che augurano per se stessi e per i loro cari una vita libera dal conflitto, dallo scontro e dalla guerra, farebbero bene a riflettere sul primato del cuore e della mente in relazione alla realtà “esterna”, anche se mente e realtà esterna sono della stessa natura.

Llamadme por mis verdaderos nombres

(premi il pulsante per ascoltare la canzone oppure scaricala
pulse el botón para escuchar la canción o descargala)

Al Plum Village (Francia) dove ho avuto la fortuna di passare un paio di settimane a giugno, oltre alla presenza mentale, la stabilità interiore e l’armonia fra persone, si addestra anche la pigrizia! Per tanti di noi non è facile stare fermi, senza far niente, senza dover far niente, e sentire la profonda sensazione che “questo è abbastanza”. Là è facile vedere la gente seduta a godersi un thé, a guardare i fiori, a sorridere solo perché quella spinta interiore a “fare qualcosa” si è placata un po’.

Nello spazio creato dallo smettere di “fare qualcosa” una gioiosa creatività emerge, insieme ai suoni di chitarra, di flauti, di voci.  Come questa canzone in spagnolo: “llamadme por mis verdaderos nombres”. E’ una poesia di Thich Nhat Hanh, messa in musica e cantata da Ana Badosa.

Ecco il testo in spagnolo e poi tradotto:

Llamadme por mis verdaderos nombres
No digáis que partiré mañana, pues aún estoy llegando
Mirad profundamente, estoy llegando a cada instante
para ser brote de primavera en una rama
para ser pajarillo de alas aún frágiles
que aprendo a cantar en mi nuevo nido
para ser mariposa en el corazón de una flor
para ser joya oculta en una piedra

Aún estoy llegando para reír para llorar
para temer para esperar
El ritmo de mi corazón
es el nacimiento y la muerte de todo lo que vive
de todo lo que vive… de todo lo que vive

Mi alegría es como la primavera
tan cálida que florece la tierra entera
Mi dolor es como un río de lágrimas
Tan vasto que llena los cuatro océanos
Llamadme por mis verdaderos nombres
os lo ruego para poder despertar
Que la puerta de mi corazón pueda quedar siempre abierta
la puerta de la compasión

Llamadme por mis verdaderos nombres
os lo ruego

Chiamatemi con i miei veri nomi
Non dite che partirò domani, perché sto ancora arrivando
Guardate profondamente, sto arrivando in ogni istante
Per essere un germoglio di primavera su un ramo
Per essere un uccellino con le ali ancora fragili
che impara a cantare nel mio nuovo nido
Per essere una farfalla nel cuore di un fiore
Per essere un gioiello nascosto in una pietra

Sto ancora arrivando per ridere per piangere
per temere per sperare
Il ritmo del mio cuore
è la nascita e la morte di tutto che vive

La mia allegria è come la primavera
così calda che fa fiorire la terra intera
Il mio dolore è come un fiume di lacrime
così vasto che riempie i quattro oceani

Chiamatemi con i miei veri nomi
vi prego, per potermi svegliare
Che la porta del mio cuore
possa rimanere sempre aperta
la porta della compassione

Chiamatemi con i miei veri nomi
vi prego

Sea!

Once upon a time
many many years ago
there was the great, great
sea.


The weight of the moon
as she circled the Earth
pulled
       and tugged on the sea.
Pushed
       and tugged.
The tides came
       and went
              and ebbed
       and flowed
in
       and out.
With the tide came waves
back
       and forth
              up
       and down
in
       and out.


Not on dry land did life first appear
       but among the flowing waves
and the rising tide
              and the back
and forth of the sea,
whose rhythms were reflected
in the first pulsations
of single-celled organisms.


Stay very, very still
and you will hear the sound of the sea.
       In
              and out.
In
       and out.
Our very breath reveals our origins
and the sea lives
       in the pushing
       and pulling
              in the tension
              and release
in the constant pulsations
of our heart.


We were conceived in the sea
of fluids created by our mother and father.
Back
       and forth.
In
       and out
as the primordial waters continued to flow.


And in the sea of our mother’s womb
we rested
as its rhythm echoed around us.


We are the amoeba, the spermatozoon,
the ovum.
We are the tadpole.
We are seventy percent water!
We are the sea.


Let’s listen again to our own song.


Sea forms an amoeba
and it is beautiful.
Sea forms a tadpole
and it is beautiful.
Sea forms a human body
and it is beautiful.
In the pulsations of the brain,
sea forms thoughts, ideas
       and feelings
and they are all beautiful!
And they are still Sea.


Press your hand to mine
and let us feel the ebb and flow.
The sea in our veins.
Together we are still seventy percent water!
Sea taking a form
to touch sea taking a form.

* * *

On dry land
sea walks.
       Sea produces thoughts of difference
       sea produces feelings of fear
and as the thoughts come
       and go
as the feelings rise
       and fall
sea forms throw rocks at sea forms.
Sea fires bullets at sea.
But how can sea kill sea?


Sea is neither killing sea nor dying.
Sea remains sea even if, among the amoeba,
       the tadpole, the human body
       or its pulsating brain,
sea rarely forms the thought
that recognizes sea as sea.


Come, let us go down
to the sea.
Let us listen to her song
       to our song
and as the tide rises with our breath,
ask:

“O Sea!
O Mother so vast and deep,
present in all of your forms.
You are our bodies, you are our thoughts.
Our joy and suffering
to you are only shifting and momentary waves,
but when you form joy, we are joy.
When you form suffering, we are suffering.
How can you permit this storm of confusion,
these waves of hate and discrimination?”


In
       and out.
Rise
       and fall.
Back
       and forth.


In
       and out.
Rise
       and fall.
Back
       and forth.

“Dear son, dear daughter,
I feel your concern, your desire
as they are sea forms like any other.
When concern forms in you,
       I have become concern.
When anxiety flows in the stream of your feelings,
       I have become anxiety.
They form
       and pass
They ebb
       and flow.
Whatever wave rises in your heart
I have become.

 

“Fear, concern, desire, confusion:
I am all of these.
How could it be otherwise?
Why do you expect Sea
to be anything other
than your very nature?

“Son, daughter, please listen,
return to your song, to my song.
Return to our shared rhythm
to hear yourself in me
to hear me in yourself
and in all sea forms.

“When the tide of compassion
rises in your heart
       – I am compassion.
When the wave of understanding
forms in the wet folds of your brain
       – I am understanding.

 

“Awake! And I will be awake.
Let me walk gently with your feet
upon my own sea body.
Let me look with your eyes
to admire my own sea splendor.

“It is with your lips
that I can smile upon my own sea form.
It is with your heart
that I can love.”

Terra! (Contemplazione prima di mangiare)

C’era una volta
non tanto tempo fa
questo cibo era terra.

Terra!
Come quella sulla quale abbiamo camminato poco fa:
polvere, piante, microorganismi e acqua
che fra poco diventeranno
le cellule del nostro corpo
le molecole delle nostre labbra che sorridono
le fibre dei nostri muscoli
i nervi che producono sensazioni
e il cervello che genera pensieri.

Dimmi, Terra:
dov’è il punto preciso
quando smetti di essere tu
e cominci essere me?

Questi denti che masticano
sono a loro volta terra.
Chi allora mangia chi?

Che possiamo mangiare in modo da nutrire la gratitudine, la pace e la compassione,
per il bene della terra e tutti i suoi volti.
Che possiamo imparare a vedere oltre l’illusione della separatezza
e riconoscere la nostra vera natura.