Se una mattina presto…

Se una mattina presto tutta l’umanità svegliandosi, scoprisse che tutti gli strumenti di guerra sono scomparsi, che tutti i recinti e i muri sono spariti, che neanche una pallottola, granata, carro armato o armatura si trova più sulla faccia della terra, ci spaventeremmo e, immaginando che altri farebbero lo stesso, ci metteremmo immediatamente a creare nuovi strumenti di difesa e deterrenza.

Se, però, una mattina presto tutta l’umanità svegliandosi, scoprisse che la nostra paura è sparita durante la notte, che il nostro sospetto è scomparso, che l’egocentrismo non si trova più nel nostro cuore, anche se tutti gli strumenti di guerra e di difesa rimanessero intatti, ci stupiremmo della loro esistenza e non ne vedremmo alcuna utilità.

Coloro che sono compassionevoli e saggi, che augurano per se stessi e per i loro cari una vita libera dal conflitto, dallo scontro e dalla guerra, farebbero bene a riflettere sul primato del cuore e della mente in relazione alla realtà “esterna”, anche se mente e realtà esterna sono della stessa natura.

כוננות (Preparatezza alla guerra)

tornato dal turno di guardia mi svegli con violenza.
la luce brutale della tua torcia fa male agli occhi
e nella fretta hai lasciato la porta aperta.
il vento gelido fa tremare le braccia.

“sta arrivando, sei pronto?”

non è un sogno. in questo preciso istante
c’è chi cuce le divise con cura,
chi prepara le razioni, controllando
che non manchi un’oliva o un’arachide.
c’è chi insegna ai nostri figli a sparare
e chi dorme a quest’ora della notte
con gli stivali allacciati e le borracce e i caricatori pieni.

“sta arrivando, sei pronto?”

non tutti però siamo preparati. in questo momento
c’è chi impara a calmare la rabbia camminando sulla solida terra?
chi rafforza la capacità d’ascoltare e d’offrire sollievo e speranza?
c’è chi coltiva la fiducia per poterla condividere
con persone impaurite e confuse?
e chi s’addestra a mantenere vivo l’amore?

il tuo calcio impietoso scuote di colpo la branda.
“sta arrivando, svegliati.”

L’identità della pace

Secondo la stima cauta dell’ONU, più di 8.000 civili sono stati uccisi nel combattimento dal 20 gennaio. Non attribuisce la colpa. Però Human Rights Watch (HRW), un gruppo di ricerca e lobbismo, accusa le Tigri di tenere in ostaggio gli abitanti del loro primo feudo – e di uccidere alcuni che tentano di fuggire. E dice che l’esercito “ha bombardato senza distinzione zone densamente popolate, compresi ospedali, in violazione delle leggi di guerra.”

Bagno di sangue in Sri Lanka, “The Economist” 14.5.2009

Sono parole agghiaccianti di un altro conflitto tragico di temi conosciuti: la violenza, la lotta, la resistenza, il terrorismo, la guerra, la paura. Qui si tratta di indù e buddisti che non riescono a risolvere le loro differenze, tamil e cingalesi intrappolati nella confusione e nel odio.

Questa volta però le manifestazioni sono poche – ho letto di una sola a Palermo febbraio scorso, della comunità tamil. Con alcuni eccezioni, nel resto d’Italia e in Europa le emozioni rimangono calme, i dibattiti sono più rari e meno vociferi e pare che non è cosa degna di attenzione popolare. Dove sono le folle nelle piazze, le bandiere, i slogan? Dove sono i sostenitori dei diritti dei tamil contro l’aggressione buddista? Dove sono i pro-cingalesi che affermano il diritto di uno stato di difendersi contro il terrorismo?

Potremo dire che ci sono differenze fra i due conflitti, quello israeliano-palestinese e quello tamil-cingalese. Potrebbe essere però che la differenza più significativa nella nostra reazione non si trova lì in Asia occidentale o sud-est ma in noi. Cos’è che ci coinvolge così tanto di certe temi e non in altre? Quando leggiamo di Sri Lanka forse sentiamo un coinvolgimento più attutito mentre quando si discute il Medio Oriente i nostri cuori battano forte. Sia noi che crediamo di essere filo-palestinesi che noi che crediamo di essere filo-israeliani comportiamoci in un modo simile. E il fatto che siamo così divisi, e divisi fra le eterne faglie politiche italiane, punta al fatto che sotto le discussioni politiche c’è qualcos’altra. I filo-tamil e i filo-buddisti si dividono secondo i partiti politici classici?

C’è una barzelletta cattolica-americana: “Come sai se uno è cattolico?” “Se va a messa?” “No.” “Se fa la confessione?” “No.” “Allora?” “Se si vergogna ogni volta che il papa apre la bocca.” Credete che un americano d’origini cingalese avrebbe una reazione emotiva, a favore o contro che sia? Un americano cattolico, pur essendo ateista o protestante ormai da anni, sente il cuore batte quando il papa dice qualcosa di controverso. Come noi. Senza esserne coscienti ci sentiamo coinvolti. Ci identifichiamo con qualcosa.

La maggior parte degli italiani però non sono d’origini ebraiche, palestinesi, tamil o cingalesi. E quindi? L’identità è una strana cosa e non per niente razionale. Per tutta la vita siamo stati insegnati a prestare attenzione a certi temi, a identificarci con certe situazioni e persone. Siamo addestrati a provare emozioni davanti a certi simboli e non davanti ad altri. I motivi sono tanti, dall’antica disumanizzazione di un popolo alla guerra fredda; motivi storici, politici e anche personali e psicologici, dove c’entrano tutt’altro che gli oggetti della nostra attenzione. Il risultato è che siamo più propensi a riconoscere la sofferenza di alcuni e più propensi a chiudere il cuore davanti ad altri.

Ma non è questo proprio il problema? Là in Asia, come in altre parti del mondo, i conflitti violenti esistono perché le persone non riescono a identificarsi con gli altri. Questo è la base dei molti iniziativi di dialogo: imparare ad aprire l’orizzonte e il cuore alla esperienza del altro. Se vogliamo veramente aiutare, possiamo cominciare già adesso a sviluppare questa capacità. Noi filo-israeliani possiamo impegnarci a capire meglio le realtà dei palestinesi (e non “il punto di vista dei palestinesi”), e noi filo-palestinesi possiamo fare lo stesso con le realtà degli israeliani, nonostante che crediamo di già sapere tutto e di capire tutto. E possiamo tutti imparare ad aprire il cuore alle persone che siamo abituati a ignorare. Se non lo possiamo fare noi, che speranza c’è?

Facendo questo potremo scoprire tante cose. Uno, che la capacità di identificarci con più persone ci aiuterà a risolvere tanti conflitti nella vita quotidiana. Due, sapendo quanto è difficile sviluppare questa capacità, sentiremo più pazienza e compassione per gli altri che, come noi, hanno tanta strada da fare. Tre, anche se non possiamo risolvere tutti i conflitti subito, stiamo già diffondendo meno sofferenza nel mondo. Quattro, avendo gli occhi e il cuore aperti a chi ignoravamo l’esistenza, può essere che troveremo modi di aiutarli che non avremo visti altrimenti. Forse c’è qualcuno vicino a noi che ha bisogno del nostro aiuto.

Durante la guerra a Gaza ho provato a mettermi nei panni degli altri a 360°, dai giovani israeliani chiamati alla fronte ai politici e militari di Hamas e Israele, ai residenti di Gaza e del sud di Israele. Metterti nei panni di qualcuno non vuol dire accettare le cose che dice: a volte puoi sentire compassione per qualcuno che soffre così tanto che non riesce a identificare la radice della sua sofferenza. Già vedere che ci sono radici – e che non si tratta di un mostro – ci da la possibilità di cambiare le radici. E’ vero che facendo questa pratica non ho fermato la guerra. Credo comunque che è stato di beneficio e che grazie alla pratica ho diffuso la sofferenza in qualche misura ridotta dal solito, e i benefici non sono sempre immediati. Credo che rinforzando i propri pregiudizi e incapacità di sentire la compassione non risolve il conflitto neanche.

Ripeto. Se non possiamo noi imparare ad aprire gli orizzonti, verso chi siamo abituati a vedere come mostri o verso chi non siamo abituati a vedere proprio, non possiamo sperare che i nostri fratelli che vivono le guerra lo possono fare. E facendolo noi come esempio lo stiamo facendo anche più facile per loro.

L’ultima cosa. Che sono queste foto di scatole e scatole? Dopo la guerra sono andato ad aiutare un gruppo di israeliani che raccoglieva cibo, vestiti e altri materiali per donare ai residenti di Gaza, in collaborazione con un’associazione palestinese. Nonostante l’animosità della guerra e nonostante le narrative ufficiali che demonizzano l’altro, le donazioni sono arrivati dal tutto il territorio, compreso dai villaggi del sud d’Israele vittimi dei razzi di Hamas.

Cosa possiamo fare?

Ci sono due domande che sto ricevendo in questo periodo. La prima è cosa sto vedendo di prima persona in Israele e la seconda, forse retorica, è cosa possiamo fare di fronte a così tanta sofferenza.

Comincio con la prima. Questa volta Gerusalemme sta fuori della zona di conflitto e quindi le esplosioni e le bombe che ricordo dal periodo di 2000-2002 non ci sono, e neanche le sirene e i rifugi da quando cadevano i missili lanciati da Saddam Hussein nella prima guerra del Golfo. Devo dire però che questa settimana per errore la sirena ha suonato a Gerusalemme. Stavo prendendo un cappuccino e un cornetto a casa, godendomi la schiuma con consapevolezza, quando sentivo questo suono che significa l’arrivo di un razzo o un missile. Cercavo di rimanere calmo, ricordare dov’era il rifugio di quartiere, tenere lontana l’immaginazione. Ovviamente se io ci fosse stato durante la guerra del Golfo e se avessi nella memoria la distruzione, come ho la memoria degli attentati e dei morti del ’00-’02, sicuramente avrei avuto molto più difficoltà a rimanere calmo.

Oltre questo, anche se non sto vedendo la tragedia di Gaza, la guerra è evidente anche qui. Come non può essere? Le persone qui hanno vissuto guerre di difesa, guerre di scelta, attacchi suicidi. C’è chi pensa che la guerra non ha un impatto sulla personalità? Ma la guerra non è solo una cosa politica o storica, che comincia e poi finisce come una tempesta. La guerra continua, la tempesta continua, nelle paure di ogni individuo. Si esprime nel traffico, nei clacson e negli incidenti; nello sguardo che tutti danno ogni volta che una persone sale sul autobus, controllando se è un terrorista o no; si trova nella violenza domestica e nel buttarsi pienamente in cose “controllabile” come lavoro; e si trova nell’insoddisfazione generale, nelle paure represse sotto altre paure represse. Al mio parere, queste cose non sono solo i risultati della guerra ma anche le sue cause. Persone arrabbiate, frustrate, traumatizzate hanno difficoltà a non percepire il mondo in termini di minaccia e difesa.

Questa cosa è uguale per arabi che per ebrei. Le radici delle paure sono recenti e sono vecchie. Sono storiche e sono ideologiche, personali e famigliari. Israeliani e palestinesi, arabi e ebrei, hanno questo in comune: stanno annaffiando i semi della paura uno nell’altro ogni giorno della loro vita, in famiglia, a lavoro, per strada, in mercato e anche sul piano politico. Per questo motivo cerco di non interpretare gli avvenimenti politici come un gioco di scacchi: una parte fa questo, poi l’altra parte fa quello, poi la prima parte fa questo… giudicano o giustificando a “piacere”. Quando la gente si sente minacciata dall’altra parte e non ha degli strumenti per prendere un respiro e calmasi, arriva l’odio, la violenza e la guerra.

Forse è un po’ più chiaro perché chiedo agli italiani di non prendere una parte e invece di aiutarci a riconciliarsi. Con una zuppa già strasalata di paura e di odio, aggiungere più sale aggrava l’animosità. Vedo gruppi di europei e americani che vengono a sostenere la loro parte preferita, rafforzando l’impressione che l’altra parte è un mostro che non cambierà mai, quindi la violenza è giustificata. Sia gli “israestinesi” che gli “ameuropei” tornano a casa arrabbiati e portano la guerra nei loro cuori.

Nonostante il mio amore per le cose salate e amare, dai capperi al radicchio passando per la cicoria (mmmm la cicoria…), sono pronto a sacrificare i miei gusti per chiedere un po’ di dolcezza. E’ chiaro che, se gli israeliani e i palestinesi cantassero di più, guardassero di più il cielo azzurro, si aprissero di più ai loro cari in merito alle loro paure, farebbero la guerra di meno? Potete dire che sto parlando di utopia, ma non è più utopico che andare a una manifestazione di “sostegno”. Parliamo chiaramente. Questa guerra è fatta di tanta sofferenza e tanta rabbia e non c’è niente che possiamo fare che la fermerebbe tutta e subito. Cercare di farlo sarebbe tentare di forzare la pace su persone che non sanno neanche cosa sia la pace. Però, com’è vero che un atto di violenza aggrava la situazione un po’, un atto di amore, un atto di comprensione e di compassione, anche piccolo, aiuta la situazione.

Se non sappiamo neanche noi cosa siano la pace e la dolcezza come le possiamo offrire agli altri? Se vorremo che gli israeliani e i palestinesi prendono un respiro quando vedono la guerra di prima persona, dobbiamo essere capaci di farlo almeno quando leggiamo le notizie sulla guerra. La rabbia, l’odio e la paura già c’è l’hanno e sono molto più bravi di noi in questo. La pace, la stabilità e la gioia, sì, proprio la gioia, è quello di cui hanno più bisogno. E solo sviluppando la stabilità e la gioia dentro di noi possiamo aiutare, altrimenti stiamo aggiungendo ancora il nostro pizzico di sale.

Questo è già tanto. I percorsi che le emozioni prendono da una persona a un’altra e poi a un’altra sono molto più complessi di quanto pensiamo e se cercassimo di indirizzare la nostra pace a una certa zona sul pianeta, forse diventeremo delusi. Comunque, dopo aver lavorato per sviluppare la nostra pace c’è tanto che si può fare. Potete invitare israeliani e palestinesi in Italia per un ritiro di meditazione, ascolto profondo e rilassamento profondo, come fa Thich Nhat Hanh nel suo monastero Plum Village in Francia. Potete informarvi su altri progetti del genere come Seeds of Peace (Semi della Pace). Invitare “palestraeliani” alle sagre di paese, al palio di ferragosto, ai cori popolari? C’è chi parla di un “stimolo di pace” economico per Gaza o la necessità di finanziamento di progetti di educazione per la pace. Praticamente qualsiasi progetto nel quale potete far vedere agli israeliani e palestinesi, insieme o separatamente, cosa sia la pace, cosa sia la dolcezza, come godere e rendere omaggio al miracolo della vita, come si risolvono i conflitti, sarà di grande aiuto.

Anche se i risultati non siano immediati o totali è molto meglio che aggiungere più sale. Per fare tutto ciò però, chiediamoci se abbiamo approfondito abbastanza la nostra pace o se ci conviene essere in più contatto con la natura, con le nostre emozioni, se abbiamo tempo per praticare le tecniche della consapevolezza con persone d’esperienza.

Finisco con una citazione, sempre del maestro Thich Nhat Hanh, del suo libro “Essere Pace”. Mi dispiace che è in inglese: se qualcuno ce l’ha in italiano e mi manda la traduzione lo cambierò volentieri.

Many of us worry about the situation of the world. We don’t know when the bombs will explode. We feel that we are on the edge of time. As individuals, we feel helpless, despairing. The situation is so dangerous, injustice is so widespread, the danger is close. In this kind of a situation, if we panic, things will only become worse. We need to remain calm, to see clearly. Meditation is to be aware, and to try to help.

I like to use the example of a small boat crossing the Gulf of Siam. In Vietnam, there are many people, called boat people, who leave the country in small boats. Often the boats are caught in rough seas or storms, the people may panic, and boats may sink. But if even one person aboard can remain calm, lucid, knowing what to do and what not to do, he or she can help the boat survive. His or her expression – face, voice – communicates clarity and calmness, and people have trust in that person. They will listen to what he or she says. One such person can save the lives of many.

Our world is something like a small boat. Compared with the cosmos, our planet is a very small boat. We are about to panic because our situation is no better than the situation of the small boat in the sea. You know that we have more than 50,000 nuclear weapons. Humankind has become a very dangerous species. We need people who can sit still and be able to smile, who can walk peacefully. We need people like that in order to save us.


Buon fine settimana, auguro a tutti noi qualche passo verso la pace e la gioia.

Bar
Gerusalemme, Israele
Pianeta Terra